La consulente tecnica specializzata nei bovini da carne spiega perché oggi comunicare in modo corretto è fondamentale per distinguere le aziende virtuose da chi lavora male, e per restituire valore a una filiera spesso raccontata in modo uniforme e semplificato.
Gli allevamenti di bovini da carne sono spesso oggetto bersaglio di critiche e semplificazioni da parte dell’opinione pubblica e dei media. Elisa Guizzo, consulente veneta del settore zootecnico e della carne, spiega perché oggi occorre saper raccontare il proprio lavoro con autorità. In un mercato che tende a generalizzare, sottolinea l’importanza di una comunicazione basata sui fatti per proteggere le aziende sane e garantire che la qualità del prodotto sia riconosciuta correttamente anche dal consumatore.
Lei lavora nella filiera della carne. Di cosa si occupa nello specifico?
Lavoro come consulente tecnico–alimentare specializzata nei bovini da carne, affiancando allevamenti e aziende nella gestione delle razioni alimentari, nella qualità della produzione e nella valorizzazione del prodotto.

Il mio percorso nasce dal laboratorio, passa dal controllo qualità e oggi integra consulenza tecnica, formazione, divulgazione e giornalismo di settore. Accanto all’attività in allevamento, mi occupo di formazione per operatori della filiera, di degustazioni tecniche, di scrittura giornalistica e di comunicazione del valore della carne, collaborando con testate e realtà nazionali del settore.
Dal punto di vista gestionale, come è organizzato il suo lavoro?
La mia gestione del tempo è dinamica e flessibile, ma sempre guidata da una pianificazione rigorosa dei contenuti. Circa tre giorni alla settimana sono dedicati a collaborazioni continuative con aziende, mentre il resto del tempo è suddiviso tra consulenze dirette negli allevamenti, formazione, eventi, fiere e attività giornalistica.
Non esiste una vera distinzione tra giorni feriali e weekend: il settore agroalimentare non si ferma mai e gran parte delle opportunità – fiere, convegni, degustazioni – si concentra proprio nei fine settimana. Questo richiede una forte capacità di adattamento, ma anche una visione chiara delle priorità.
Non utilizzo strumenti gestionali complessi: il mio lavoro si basa soprattutto su presenza sul campo, relazione umana e confronto costante, elementi che considero ancora centrali in un settore come il nostro.
In che modo si tutela dai rischi a cui può andare incontro?
Nel mio lavoro la prima forma di tutela è la responsabilità comunicativa. Nel settore della carne basta una parola sbagliata o un’immagine decontestualizzata per creare danni enormi. Per questo sono molto attenta a come mi espongo, a cosa scrivo e a come comunico. Quello che viene pubblicato resta, e quando il nome è il tuo, devi essere certa di ciò che stai firmando.
A questo si aggiunge la gestione del rischio fisico: lavorare con animali vivi richiede una consapevolezza che nessuna polizza assicurativa può sostituire del tutto. La prudenza sul campo è parte integrante della mia professionalità.
Il mondo della carne è spesso al centro delle cronache. Quali danni stanno creando gli scandali a chi lavora correttamente?
Il problema principale è che chi lavora bene paga per chi lavora male. La zootecnia viene spesso raccontata in modo uniforme, senza distinguere tra realtà virtuose e pratiche scorrette.
Esistono allevamenti che investono in benessere animale, sostenibilità, selezione genetica e qualità reale del prodotto, ma il consumatore non li conosce. Il settore parla di sé quasi esclusivamente all’interno di convegni tecnici, rivolgendosi sempre agli stessi interlocutori.
Così si lascia spazio a una narrazione parziale, spesso aggressiva, che semplifica tutto dicendo che “la carne fa male”. Il vero danno non è la critica, ma la mancanza di una contro-narrazione autorevole, basata sui fatti e sulla competenza.
In un mercato come quello attuale che premia i grandi numeri, che speranza hanno le piccole realtà di crescere?
Siamo di fronte a una polarizzazione netta del mercato: le realtà medie tendono a ingrandirsi per sopravvivere, mentre i piccoli, se restano isolati, rischiano di chiudere. Tuttavia, sono convinta che il futuro appartenga proprio alle piccole realtà, a patto che compiano un salto di qualità fondamentale: imparare a raccontarsi.
Qualità, artigianalità, identità territoriale e filiera corta sono asset enormi, ma da soli non bastano. Serve affiancare a queste realtà un professionista della comunicazione, perché è impensabile che un allevatore possa fare tutto da solo.
Anche i media tradizionali dovrebbero assumersi la responsabilità di raccontare queste storie perché il consumatore moderno vuole scegliere consapevolmente, ma può farlo solo se conosce ciò che esiste.

Quali sono i suoi obiettivi per i prossimi anni?
Il mio obiettivo è diventare una voce autorevole del settore, capace di unire competenza tecnica e capacità comunicativa. Voglio crescere come giornalista specializzata, come divulgatrice e come figura di riferimento negli eventi legati alla filiera della carne.
Credo molto nel ruolo di chi sa fare da ponte tra mondo tecnico e pubblico finale. Un incontro importante, quello con Francesco Cardone, conosciuto alla Meat Advisor Convention, mi ha aiutata a rimettere a fuoco questa direzione e a comprendere quanto sia fondamentale lavorare anche sulla visione, non solo sull’operatività.
Si è mai avvalsa della consulenza di un business coach?
Non ho seguito percorsi strutturati di business coaching, ma credo molto nel valore del confronto con menti esterne e visioni più ampie. Alcuni incontri possono avere un impatto profondo, perché ti costringono a rivedere il tuo posizionamento e a pensare in modo meno tecnico e più strategico. È un aspetto che considero sempre più rilevante per chi lavora in settori tradizionali ma vuole evolvere.

