Susanna Bramante affianca imprese della filiera zootecnica traducendo la complessità scientifica in strumenti concreti di decisione e comunicazione. Un lavoro che unisce consulenza, formazione e divulgazione per aiutare le aziende della carne a muoversi in un mercato sempre più esposto a narrazioni distorte.
La carne è un alimento attorno al quale il dibattito è molto acceso e non sempre rigoroso dal punto di vista scientifico. Susanna Bramante è una consulente e divulgatrice che affianca allevatori e macellai nel raccontare il proprio lavoro in modo corretto e trasparente. Nella sua attività, pianificazione e flessibilità vanno di pari passo.
In cosa consiste la sua attività?
Mi occupo di divulgazione scientifica, con un focus specifico sui sistemi alimentari e sulla zootecnia: quindi carne, allevamenti, qualità delle materie prime e rapporto tra salute, ambiente ed economia. Lavoro come consulente e divulgatrice, collaborando con aziende della filiera zootecnica, enti, associazioni e professionisti. Il mio obiettivo è portare rigore scientifico dove spesso dominano ideologia, semplificazioni e paure, aiutando persone e imprese a prendere decisioni informate. Il mio lavoro consiste anche in un’intensa attività di corretta informazione sui social, con l’obiettivo di smontare le fake news sul cibo e, in particolare, sulla carne, che è l’alimento più bistrattato e frainteso dal dibattito pubblico.

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In che modo pianifica il suo lavoro nel breve e lungo periodo? Utilizza software particolari?
La pianificazione è fondamentale, soprattutto perché il mio lavoro unisce consulenza, formazione e comunicazione. Utilizzo strumenti digitali per la gestione dei progetti e dei contenuti, ma resto molto flessibile: lavoro per obiettivi e priorità più che per schemi rigidi. Pianifico anche i video e gli argomenti da trattare in base alle nuove ricerche scientifiche e alle notizie che emergono nel dibattito pubblico. Il mio compito è prendere studi scientifici spesso complessi e tradurli in parole semplici, comprensibili ai non addetti ai lavori, direi “a prova di bambino”, senza però perdere il rigore scientifico. Quando esce una notizia rilevante, è fondamentale intervenire subito, stare sul pezzo e fornire rapidamente una chiave di lettura corretta per evitare che si diffondano interpretazioni errate o allarmistiche.
Oggi il dibattito sulla carne è molto acceso. Ci può illustrare la sua posizione?
Il dibattito sulla carne è spesso più ideologico che scientifico. La mia posizione è basata sulle evidenze: la carne è un alimento nutrizionalmente prezioso, soprattutto in determinate fasi della vita e in contesti reali. Il problema non è “la carne” in sé, ma come viene cotta, con quali alimenti viene consumata, le quantità e la frequenza di consumo. Negli ultimi anni, gli studi di maggiore rigore scientifico stanno progressivamente ridimensionando molti dei rischi attribuiti alla carne e, al contrario, stanno facendo emergere numerosi benefici, grazie alla presenza di composti bioattivi come peptidi, amminoacidi e molecole con potenziali effetti antiossidanti, antinfiammatori e protettivi per la salute. Demonizzare un singolo alimento non migliora né la salute né l’ambiente, ma genera solo confusione, paura e senso di colpa, allontanando le persone da una comprensione equilibrata e scientifica dell’alimentazione.
In che modo può aiutare chi ha un’impresa nel mondo della carne?
Aiuto imprenditori come allevatori e macellai a raccontare in modo corretto e trasparente il proprio lavoro, traducendo la complessità della produzione in un linguaggio comprensibile, scientificamente fondato e credibile per il consumatore. Li supporto nella valorizzazione della qualità delle materie prime, della filiera, del benessere animale e di una sostenibilità concreta e misurabile, non di facciata. Oggi chi lavora bene ha bisogno non solo di competenze tecniche, ma anche di strumenti culturali e comunicativi. È fondamentale mostrare come la carne viene realmente prodotta, aprendo gli allevamenti e rendendo visibile il lavoro quotidiano, affinché le persone possano farsi un’idea basata sui fatti e non su immagini decontestualizzate o narrazioni costruite ad arte. Allo stesso tempo è importante comunicare in modo chiaro i reali benefici nutrizionali della carne, per aiutare i consumatori a superare dubbi e paure spesso infondate e maturare scelte consapevoli.
Come cura la sua formazione?
La formazione continua è una parte strutturale del mio lavoro: leggo costantemente letteratura scientifica, seguo corsi, convegni e approfondimenti anche fuori dall’ambito strettamente nutrizionale, come economia, sociologia e comunicazione. Al momento non mi sono ancora avvalsa di un/a business coach, ma ritengo fondamentale il supporto di figure strategiche e organizzative. Credo molto nel confronto con professionisti e professioniste in grado di offrire uno sguardo esterno e aiutare a leggere il proprio lavoro da un’altra prospettiva. È un passaggio che considero naturale nel percorso di crescita professionale e che sicuramente intraprenderò in futuro, con l’obiettivo di migliorarmi, strutturare meglio i progetti e crescere in modo più consapevole.

In che modo si tutela dai rischi, anche patrimoniali, in cui potrebbe incorrere?
La tutela passa prima di tutto dalla competenza e dall’etica professionale. Lavoro sempre su basi scientifiche solide, con chiarezza sui limiti del mio ruolo. Ovviamente utilizzo anche strumenti di tutela professionale e assicurativa, perché oggi chi fa divulgazione e consulenza in ambiti controversi deve essere preparato anche sotto questo aspetto.
Qual è il più grande luogo comune sulla carne che ha mai sentito?
Che “la carne fa male” in quanto tale. È una semplificazione estrema che ignora dosi, contesto, qualità e individualità biologica. È un luogo comune che ha fatto più danni che benefici, perché ha allontanato le persone dal pensiero critico e da una comprensione reale del cibo. Inoltre, è una narrazione pericolosa e controproducente, perché spesso porta a sostituire la carne non con alimenti migliori, ma con prodotti ricchi di zuccheri, oli raffinati o cibi ultraprocessati, che hanno un impatto negativo sulla salute. Il risultato è che, nel tentativo di “mangiare meglio”, si finisce spesso per peggiorare la qualità complessiva dell’alimentazione. Per stare bene non servono mode né estremismi: serve tornare alla natura, al cibo reale e al buon senso, da cui ci siamo progressivamente allontanati.
