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Piergiovanni Ferrarese: «Valorizzare il patrimonio significa restare fedeli alle nostre radici»

di Anna Stoppani
Dal legame con le origini all’attenzione verso il futuro, la strategia vincente di Ferrarese per il settore vinicolo si basa su alcuni valori centrali: qualità, autenticità e innovazione. 

 

Piergiovanni Ferrarese si dedica con passione alla valorizzazione dell’azienda vinicola famigliare “Villa Spinosa, nella Valpolicella, ed è Presidente della Federazione Nazionale Viticola per i Giovani di Confagricoltura. La sua visione strategica è chiara: preservare l’autenticità dando centralità all’innovazione. Secondo Ferrarese, in questo momento di trasformazione per il settore vinicolo italiano, diventa cruciale comprendere le evoluzioni dei consumi e dei mercati.

Come è nata la sua passione per il settore vinicolo?

Ho vissuto la campagna fin da bambino, e questo legame profondo con la terra è sempre rimasto con me. Dopo gli studi in agraria alle scuole superiori e una laurea in giurisprudenza, ho intrapreso un’importante esperienza lavorativa presso un’azienda di rilievo a Verona. È stato però nel 2019 che si è presentata una svolta significativa: mio zio, Enrico Cascella Spinosa, mi ha offerto l’opportunità di entrare nell’azienda da lui fondata nei primi anni ’90. Per me è stato un vero ritorno alle origini, come se fosse scritto nel mio dna. Oggi questo mondo lo vivo con passione: amo poter alternare le mie giornate tra il lavoro in campo, la cantina e i viaggi – non solo in Italia – per promuovere e raccontare i nostri vini.

interna- Piergiovanni Ferrarese con lo zio Enrico Cascella Spinosa

Piergiovanni Ferrarese con lo zio Enrico Cascella Spinosa

Quali strategie adotta per proteggere e valorizzare il vostro patrimonio aziendale? 

Per noi la strategia più semplice – e al tempo stesso più efficace – è l’autenticità. In un mondo dove spesso si rincorre solo la comunicazione ad ogni costo, noi crediamo nel valore di saper raccontare con sincerità la nostra terra, il nostro saper fare e la nostra filosofia enologica. È proprio questa autenticità che i clienti apprezzano maggiormente: la coerenza tra ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che raccontiamo. Valorizzare il nostro patrimonio significa restare fedeli alle nostre radici, promuovendo un’identità chiara e riconoscibile, capace di distinguersi nel panorama del vino italiano e internazionale.

Quale può essere secondo lei il rapporto tra innovazione e mondo vinicolo? 

È un rapporto di continua evoluzione. Oggi è fondamentale poter monitorare ogni fase della produzione, dalla vigna alla commercializzazione: la tecnologia è entrata con forza nella nostra quotidianità, offrendo strumenti preziosi per migliorare efficienza, qualità e tracciabilità. È un rapporto che merita attenzione e approfondimento, perché non possiamo permetterci di sottovalutarlo: nel nostro settore, oggi non innovare significa rimanere fermi. Anche l’intelligenza artificiale sta iniziando a giocare un ruolo fondamentale, supportando le aziende vitivinicole nell’analisi dei dati, nella previsione delle tendenze di consumo e nella personalizzazione della comunicazione verso il cliente finale. La digitalizzazione, infine, sta cambiando anche il modo in cui il consumatore si avvicina al vino: oggi si informa online, compra direttamente dal produttore, partecipa virtualmente a degustazioni e cerca storie autentiche. Ecco perché innovazione e tradizione devono camminare insieme, con equilibrio e visione.

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La comunicazione e il marketing offrono un valido supporto per valorizzare la vostra attività? 

Assolutamente sì. Come accennato, il sapersi raccontare con autenticità è ciò che più valorizza il nostro lavoro e i nostri prodotti. La comunicazione e il marketing, se usati con coerenza e verità, diventano strumenti fondamentali per trasmettere chi siamo, la nostra storia, i valori che guidano ogni scelta e, naturalmente, la qualità dei nostri vini. Non si tratta solo di promuovere un’etichetta, ma di far vivere al consumatore un’esperienza, un legame con il territorio e con le persone che ci lavorano ogni giorno.

Come vede questo momento di trasformazione per il mercato del vino italiano?

Lo considero un momento di riflessione ma non di resa, e il vino italiano saprà trovarvi il suo posto. Sicuramente si tratta di un momento delicato, ma in realtà forse questa è una discesa silenziosa che avevamo già intrapreso da molti anni. Abbiamo sempre navigato a favore di un vento favorevole, ma senza riuscire a mettere davvero le vele giuste. Il settore ha puntato troppo sull’espansione quantitativa — nuovi impianti, nuove superfici, spesso in territori poco vocati — attratto da un guadagno apparentemente facile e immediato. In questa corsa, però, si è perso di vista il consumatore finale e cosa cercasse in un calice di vino. Si è fatto troppo poco per comunicare il valore profondo del vino italiano, le sue radici, la sua cultura. Poca promozione, poca innovazione, poca strategia. I dazi americani sicuramente hanno influito negativamente rallentando le esportazioni, ma non le hanno certo azzerate. Forse il vero colpevole è da cercarsi nell’attuale incertezza globale che ci fa vivere ogni giorno come fosse l’ultimo. Anche questa volta il cambiamento premierà chi saprà leggerlo.

Da un punto di vista strategico secondo lei come dovrebbe muoversi in questo momento il settore?

Strategicamente dovrebbe concentrarsi più sul futuro che sul passato, infatti nuovi mercati si stanno affacciando con sempre più interesse verso il vino e cercano soprattutto il Made in Italy. Ma attenzione: questi mercati vanno raggiunti, conosciuti, rispettati. Non possiamo più permetterci di aspettare i clienti in cantina, convinti che «come noi, nessuno». Il vicino Est Europa — Polonia, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca — offre segnali concreti di crescita e curiosità verso il vino italiano. L’Asia, con aree ancora poco esplorate, e una India in costante ascesa, rappresenta un potenziale ancora enorme.

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E persino negli Stati Uniti, ci sono interi stati dove il vino italiano è quasi sconosciuto. Non dimentichiamo anche il mercato interno italiano dove i consumi stanno evolvendo: gli italiani acquistano sempre più vino in enoteca, online o direttamente in cantina, per goderselo a casa, soprattutto dopo il Covid. Ma è anche vero che spesso i rincari eccessivi in alcuni ristoranti scoraggiano il consumo fuori casa. Ma quando il prezzo è coerente con il suo valore reale gli italiani continuano a bere e scegliere con consapevolezza.  Infine, alle istituzioni più che chiedere aiuti si dovrebbe chiedere di rafforzare quanto già fatto negli ultimi anni in termini di promozione verso mercati consolidati e nuovi. È tempo di rivedere con urgenza un sistema promozionale ancora troppo frammentato, affidato a una molteplicità di soggetti, con il risultato di una dispersione delle risorse e azioni. Da giovane vignaiolo credo che questo sia il momento di metterci in discussione, di riflettere sul modello ‘Vigna Italia’ e sull’intera filiera produttiva. Solo così potremo superare questa fase storica di mercato e uscirne più forti di prima. 

Quali sono i vostri principali obiettivi di crescita futuri?

Nei prossimi anni sarà fondamentale confermare e consolidare il rapporto con i nostri clienti, sia in Italia che all’estero, nei mercati dove siamo già presenti. Allo stesso tempo, guardiamo con interesse all’apertura verso nuovi mercati, in particolare l’Est Europa, l’India, senza dimenticare le diverse aree degli Stati Uniti dove oggi non siamo ancora attivi. La nostra crescita, però, non sarà mai guidata dalla rincorsa a produrre di più: continueremo a mettere al primo posto la qualità, mantenendo alta l’asticella come facciamo oggi. È questa coerenza che ci permette di costruire relazioni durature e riconoscibili nel tempo.

Anna Stoppani

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