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Sergio Borra: il potere del “perché” e la motivazione che può cambiare la tua vita

di Alessandro Dattilo
La forza di una visione e le pratiche che sostengono il successo: «Il mindset e l’aggiornamento continuo hanno un ruolo importante nella mia vita quotidiana» racconta Sergio Borra, fondatore e CEO di Dale Carnegie Italia. «Dietro ogni sfida superata c’è una chiarezza di intenti e un motivo che mi spinge a raggiungere i miei obiettivi. Applicare metodologie spirituali e mentali, mi ha aiutato nel tempo a mantenere sempre viva la mia passione».

Non è facile intervistare un amico con cui hai condiviso parte del percorso professionale. Conosco Sergio da quasi 40 anni, l’incontro con lui è stato per me all’epoca una sorta di sliding door. Ogni volta che ci rivediamo, ritrovo in lui la generosità e lo spirito dello sportivo che non molla mai, se non quando si spengono le luci del campo di gioco.

Rileggendo di recente alcune pagine dei saggi di Simon Sinek – autore di libri sui temi della comunicazione e della leadership – ho ritrovato diversi collegamenti tra le teorie di Sinek (che ha esplorato l’importanza di conoscere il proprio “perché”) e la storia professionale e personale di Sergio Borra, che ha integrato questi principi nel cuore della sua filosofia aziendale.

Sinek sostiene che sentirsi realizzati dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, e promuove l’idea che tutti meritano di alzarsi al mattino con una motivazione chiara e tornare a casa la sera con un senso di realizzazione.

Questo concetto è fondamentale per Borra, che vede nella chiarezza del proprio scopo una forza trainante, non solo per sé stesso, ma anche per ispirare chi lo circonda.

Sergio, quali sono state, professionalmente parlando, le 2-3 tappe principali che ti hanno portato dove sei adesso?

Nel corso della mia carriera, ci sono state tre tappe fondamentali che hanno plasmato il mio percorso professionale. La prima risale al 1986, quando ho partecipato come allievo al mio primo corso sulle tecniche di memoria. Questa esperienza è stata tanto significativa da spingermi a lasciare l’azienda dolciaria di famiglia per dedicarmi alla formazione, un campo all’epoca quasi del tutto sconosciuto. Questo cambiamento ha rappresentato il punto di partenza della mia carriera di formatore. La seconda tappa importante è avvenuta nel 1991, quando, dopo alcuni anni di esperienza, ho contribuito alla fondazione di una nuova società sempre nel settore della formazione, ma con un focus meno specifico rispetto alle tecniche di memoria.

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Infine, una terza svolta è avvenuta nel 2003, con la fondazione di Dale Carnegie Italia, parte integrante di Dale Carnegie Training, una realtà globale con oltre 100 anni di esperienza, sede a New York e uffici dislocati in oltre 90 paesi. Dal 2003 Dale Carnegie Italia è leader nel settore della formazione aziendale e manageriale in Italia. Posso dire che, combinando tradizione e innovazione, la nostra organizzazione si distingue nello sviluppo delle competenze umane nel business.

Nella tua professione parli spesso di missione e visione. Quanto è importante avere una visione chiara, in un’era così complessa?

Avere una visione chiara è assolutamente fondamentale. Ma ritengo che sia ancora più importante comprendere il “perché” dietro questa visione: il motivo che ci spinge ad agire. Parlo di motivazione non in termini di euforia o esaltazione, ma come la causa che ci motiva all’azione. Durante la mia carriera e vita personale, ho affrontato numerose sfide che sono riuscito a superare ritrovando sempre il motivo per cui perseguivo i miei obiettivi. Questo mi ha permesso di alzarmi un’ora prima al mattino, anche quando non ne avevo voglia, perché è semplice farlo quando si è motivati, ma è essenziale avere una ragione chiara quando la motivazione scarseggia. Quindi, una visione chiara unita a un significato profondo è cruciale per navigare con successo in un mondo complesso.

A proposito di visione, ci sono stati momenti in cui la tua visione si è offuscata e altri in cui si è rafforzata?

Sì, ci sono stati momenti in cui la mia visione è diventata meno chiara, specialmente durante i periodi di incertezza. In quei mesi ho dovuto riconnettermi con le ragioni originarie che mi avevano spinto a intraprendere questa carriera, per riscoprire il vero senso del mio impegno. Questo processo ha avuto luogo soprattutto durante le prime fasi della pandemia. All’inizio del Covid ci dicevamo che sarebbe andato tutto bene, poi le difficoltà si sono manifestate in maniera eclatante. Riconoscere e ammettere una vulnerabilità rispetto a quello che stava accadendo in tutto il mondo è stato cruciale; questo ha non solo rafforzato il mio team, ma ha anche permesso di ristabilire una direzione chiara e condivisa.

La mia visione del work-life balance si è evoluta negli ultimi anni. Più che cercare un equilibrio, vedo la necessità di integrare il lavoro con gli altri aspetti della mia vita.

Ci sono stati anche alcuni momenti in cui la mia visione si è rafforzata, specialmente quando ho iniziato a vedere la formazione non solo come un lavoro ma come una missione di vita. Questa consapevolezza è emersa chiaramente quando ho capito che la mia professione – negli anni ho formato più di 20 trainer di rilievo sul mercato italiano e ho tenuto corsi ad almeno 225mila manager e professionisti – poteva avere un grande impatto positivo sul benessere delle persone. Con il passare degli anni, questo innamoramento iniziale si è trasformato in una passione continua, simile al mio interesse per il tennis: un’attività che, nonostante il fisico non risponda più come un tempo, continua sempre a motivarmi. Alimentare questa passione costantemente ha reso la mia visione sempre più nitida e ha trasformato ogni nuovo corso in un’esperienza fresca ed entusiasmante. Come fosse la prima volta.

Da queste parole, fai capire di aver affrontato situazioni in cui hai dovuto investire energie e risorse senza avere immediatamente un ritorno visibile. È così?

Assolutamente sì, e penso che questo sia uno degli aspetti più cruciali della crescita personale e professionale. Bisogna essere dei “seminatori di stelle”, come amo dire, continuando a coltivare anche quando i frutti non sono ancora visibili. Quando abbiamo fondato Dale Carnegie Italia, siamo partiti da zero. Non c’era nulla, ma abbiamo creduto e seminato ogni giorno. Abbiamo curato quel seme con costanza e oggi vediamo i risultati: una rete di clienti che ci ha scelti perché, come noi, crede nella potenza della formazione continua e della crescita.

Parliamo di equilibrio tra lavoro e tempo libero. Riesci a ritagliarti spazi dedicati solo a te stesso nell’arco della giornata?

Certamente, la spiritualità ha un ruolo importante nella mia vita quotidiana. Inoltre, il mio lavoro è una fonte di grande soddisfazione e gioia, tanto da considerarlo quasi una “piacevole condanna”. Tuttavia, la mia visione del work-life balance si è evoluta negli ultimi anni. Più che cercare un equilibrio, vedo la necessità di integrare il lavoro con gli altri aspetti della mia vita. Questo approccio rende meno netta la distinzione tra tempo lavorativo e tempo libero, facendoli fluire insieme in modo armonioso. Al di fuori del lavoro, ci sono attività che mi permettono di rilassarmi e ricaricarmi, come fare sport, leggere e praticare tecniche di meditazione. Queste pratiche mi aiutano a mantenere il benessere personale e a rafforzare la mia capacità di gestire sia le responsabilità professionali sia gli impegni personali.

Se avessi l’opportunità di tornare indietro nel tempo e parlare con te stesso all’inizio del tuo percorso, quali consigli ti daresti?

Guardando indietro, avrei diversi consigli da dare al giovane Sergio. Prima di tutto, gli direi di non lasciarsi impressionare eccessivamente da denaro, titoli o apparenze, e di evitare di imitare gli altri a tutti i costi. Consiglierei invece di valorizzare maggiormente la gentilezza, l’altruismo, le buone maniere, l’integrità e l’apertura al cambiamento, mantenendo sempre saldi i propri valori. Li considero principi che mi hanno contraddistinto nel tempo, permettendomi di preservare ciò che è veramente importante nonostante le sfide. Devo dirti che quando le persone parlano del mio lavoro e dei miei interventi, riconoscono e apprezzano queste qualità. Sono cresciuto e cambiato, ma ho mantenuto il “nocciolo duro” dei miei valori, il che è essenziale in un campo così sfidante come il mio.

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Mi fa piacere sapere che, nonostante io abbia puntato più sulla reputazione e sulla credibilità piuttosto che sulla sola visibilità, le persone vedono in me un’umiltà che non è sinonimo di debolezza. Sono consapevole di essere una persona che apprende costantemente e che ha il coraggio di conoscere e accettare se stesso. Penso che proprio questo approccio mi abbia portato nel tempo ad avere una solidità personale e professionale.

Hai menzionato più volte l’importanza di evolversi e migliorarsi continuamente. Quali azioni concrete suggeriresti a chi desidera non solo restare competitivo ma anche crescere nel proprio settore?

Il miglioramento è una scelta e implica il fatto di non accettare mai lo status quo. Bisogna mettere in discussione in modo costruttivo le nostre abitudini e lavorare per migliorare le idee nuove, anziché scoraggiarle. È fondamentale creare una cultura di apprendimento che favorisca la crescita e accettare che non esiste un’unica modalità per fare le cose. Adattarsi, ascoltare i feedback e utilizzarli come una “colazione dei campioni” è essenziale. E, soprattutto, bisogna essere entusiasti dell’idea di imparare: l’ignoranza è una scelta, e il successo è provvisorio. Quindi, non bisogna mai accontentarsi e non temere di sviluppare nuove abilità, anche se potrebbero essere percepite come segno di debolezza. Questo è l’unico modo per restare rilevanti in un mondo che cambia rapidamente.

 

Alessandro Dattilo

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